Mentre cercavo un modo per iniziare questa recensione, sono andata un po’ in giro, alla ricerca di romanzi del ‘900…. E allora ho ritrovato Gadda, Buzzati, Levi, Calvino …

Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato” (da Palomar di Italo Calvino).

Ecco, io chiedo questo, ad un libro…che mi apra le porte alla scoperta o alla riscoperta. E questo libro, lo fa.

E lo fa in un modo molto piacevole: attraverso le riflessioni del protagonista durante il suo peregrinare nella vita e tra le strade di Trieste e del mondo, con un monologo che ti rapisce.

Questo libro è un pezzo di teatro, è una poesia, è un quadro. È un viaggio in un secolo passato, anche se è ambientato nell’oggi, in atmosfere un po’ demodé ma che sono, evidentemente, attuali, in certi luoghi.

Forse può essere considerato un romanzo di formazione, come quelli che si scrivevano una volta, nella Germania (o Francia, o Inghilterra) d’altri tempi. In questo caso, a formarsi è un super manager che ci racconta la sua evoluzione da uomo a scrittore, o meglio a persona che prende finalmente coscienza del suo ESSERE scrittore; un uomo che NON FA lo scrittore, anche se “cammina, come uno scrittore”.

Tra queste pagine, in questo racconto, c’è qualcosa di tutti noi; tutti noi che ci lamentiamo della nostra quotidianità e non facciamo niente per modificarla, perché

a governare il mondo, è l’abitudine, non le idee, non le speranze e nemmeno la fame”.

Come qualcuno di noi, questo manager si sente fuori posto nel secolo breve; e, forse, ha ragione: io lo vedrei bene accanto a personaggi più ottocenteschi. Spero che questo paragone non spaventi i lettori più “contemporanei”, perché vi assicuro che ci sono romanzi ottocenteschi molto più moderni del contemporaneo. E questo di Palomar è uno strano connubio tra modernità, romanticismo, decandentismo.

Il più grande pregio di questo romanzo, secondo me, è il suo essere scritto benissimo, in un italiano così piacevole che le pagine scorrono via leggere; pagine che come un treno ti fanno viaggiare lontano dentro di te.

Intorno a queste pagine, dentro queste pagine, c’è Trieste; una Trieste in cui “la ferrovia finisce”… in cui sembra mancare l’energia, ma dove, alla fine, si trova la forza di fare ciò che da sempre si desidera; forse perché è silenziosa, forse perché è nostalgica…proprio come questo libro, che entra piano piano dentro il lettore, nella sua testa, nella sua sfera emozionale, smuovendo la sua melanconia e la sua voglia di riscoprire se stesso e il mondo, in un luogo dove “idee e parole si avvicinano”.

Tante frasi sarebbero da citare, ma non voglio farlo, per non rovinare ai lettori la sorpresa di scoprire le parole che più si avvicinano alle sensazioni di ognuno. Però una cosa ve la voglio dire: preparate le matite per sottolineare e per appuntarvi le tante idee di approfondimento; perché questo è un libro colto, che ti mette voglia di leggere, di conoscere, di viaggiare. Magari proprio in questa Trieste, in cui “le cose non accadono”, forse perché troppe ne sono già accadute.

 

Grazie a thrillernord.it

christophe palomar

«Conciliare vita e scrittura: in fondo è questa la lezione di Trieste, il grande dono di Trieste. Nell'ultimo anno ho scritto quasi tutti i giorni, anche poche righe ma non importa. Importa solo il muscolo. Importa solo la gravità che muove i granelli di sabbia». Racconto di una Trieste non mediterranea, bianca nel suo mare e nel suo marmo, in cui le cose quasi non accadono più, perché fondamentalmente è accaduto tutto. Una Trieste profondamente letteraria, in cui hanno camminato personalità come Saba, Joyce, Svevo, Morand, capace eli essere metropolitana come Tokyo, uggiosa come Amsterdam, luminosa come Brooklyn. Una città che il protagonista, senza averlo voluto e senza rendersene conto, ha fatto sua, finché dovrà lasciarsela alle spalle, come un grande amore impossibile.

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